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FALSI MITI SUI CALL CENTER

Chi non ha mai sentito parlare di quanto sia stressante lavorare come consulente telefonico? Nella nostra esperienza quotidiana, sarà sicuramente capitato di avere un amico, un parente o un conoscente che lavora o ha lavorato, all’interno di una struttura call center.

Quello che non viene detto però è che moltissime delle voci che girano intorno a questo settore, sono dei veri e propri MITI DA SFASARE. In questo articolo vedremo i più blasonati.

Il primo mito che vorremmo sfatare, che risulta anche essere il più abusato, è quello che riguarda il tipo di persone che lavorano in un Call Center. Le cronache comuni, vorrebbero i call center popolati da un ingente percentuale di laureati che, alle prese con il periodo post universitario, hanno dovuto ridimensionare i sogni di gloria (perlomeno a livello salariale) e si sono dovuti arrangiare per guadagnare i soldi necessari a finanziare le proprie ambizioni.

Poi c’è la stragrande maggioranza dei Call Center Workers che è molto giovane, in un range che va dai 20 ai 28 anni, e non ha frequentato l’Università. Ci sono anche in gran parte, giovani madri, che per aiutare le proprie famiglie approfittano delle forme part-time per sostenere parte delle spese.

Il mito dei call center come simbolo del disfacimento del sistema universitario italiano e dei suoi meccanismi di inserimento nel mondo del lavoro, NON REGGE. Oramai, i Call Center non sono, la pista d’atterraggio delle ambizioni di persone che anche con l’impegno profuso non hanno sfondato. Ma questo è un altro discorso.

Mai affermazione fu più vera di quella secondo cui gli operatori Call Center guadagnano a provvigione anche se non funzionano nel modo in cui tutti credono.

Si lavora su turni semi-fissi, anche se non obbligatori (nel senso che chiunque può uscire dal lavoro prima, se lo desidera) e hanno una onesta paga oraria. Le provvigioni dei contratti chiusi spettano in relazione ad un modulo che viene autorizzato dai dipendenti stessi tramite firma di presa visione. Per cui, tutto quello che succede, avviene nella massima trasparenza.

Il contratto è di collaborazione continuativa e personale. I giorni di malattia non sono pagati e non esistono ferie, nel senso che basta avvertire la propria assenza per il lasso di tempo che si desidera e il gioco è fatto.

Un altro cliché, questa volta sperimentato da tutti in prima persona, vuole che il rapporto di un operatore con i clienti sia difficile e burrascoso e che nell’arco della giornata un lavoratore di un Call Center sia costretto ad ascoltare infiniti improperi rivolti alla sua persona. Questo non è sempre vero. Certo, queste situazioni capitano spesso, quasi mai, i clienti arrivano addirittura a ringraziarti della chiamata.

Non solo: se lavorare in un Call Center è considerata un’attività odiosa perché prevede il fatto di dover chiamare persone che, nel migliore dei casi, non sono interessate a quello che hai da dirgli, è anche vero che per un operatore il rapporto con il cliente è assolutamente irrilevante e che dopo qualche giorno di lavoro le persone contattate non sono altro che meri nomi sopra a uno schermo.

Generalmente, in un Call Center si sta abbastanza bene. È un lavoro come un altro, stressante nella stessa misura in cui lo sono molti altri, con chi dello staff controlla quante chiamate fai e come un avvoltoio gira tra le postazioni.

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